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LA RIFORMA AGRARIA

La seconda guerra mondiale aveva aggravato le condizione economiche dell’Italia: l’ economia nazionale era legata all’agricoltura. Il divario tra gli agrari ed i contadini senza terre si era ulteriormente ampliato.

Gli inizi degli anni '50, le difficili condizioni di vita  di intere fasce della popolazione cominciarono a dar luogo  a crescenti forme di insubordinazione sociale.
I braccianti agricoli, gli affittuari chiedevano che gli fossero assegnate  le terre che gli agrari non coltivavano o coltivavano male.
Le lotte dei contadini  furono condotte dal sindacato, dai partiti politici. I contadini senza terra erano consci che l’astensione dal lavoro, produceva  danni non solo ai  padroni, ma anche e soprattutto alla propria capacità di sussistenza. Era necessario manifestare in periodi nei quali il danno alla produzione era minimo.

 Nel 1946, col secondo ministero De Gasperi, Antonio Segni era diventato ministro dell'Agricoltura (sino alla rottura dell'unità antifascista) ebbe come sottosegretario un altro sardo, (il comunista Velio Spano) e nel 1948 fu riconfermato nella carica. E per questo che da lui prende nome il complesso di leggi che disegnarono, fra il 1950 e il 1951, un grande progetto di riforma agraria: osteggiato nel suo iter non soltanto dai partiti di sinistra che ritenevano troppo "morbide" alcune norme, ma anche da gruppi di pressione democristiani, legati alla grande proprietà fondiaria.

Nel 1950 il Governo, dopo un lungo e travagliato cammino, varò le leggi di Riforma Fondiaria e precisamente:

1) la legge n. 230 il 12 Maggio del 1950, meglio conosciuta come legge Sila; in quanto l’ambito della sua applicazione riguardò la colonizzazione dell’altopiano Silano e dei territori ionici contermini;
2) la legge n. 841 il 21 Ottobre del 1950, meglio conosciuta come legge Stralcio attuata per il resto del territorio nazionale.


L’impianto normativo consistette di 33 articoli per la legge Sila e di 26 articoli per la legge Stralcio; quest’ ultima venne chiamata in tale modo perché si ritenne opportuno per ragioni politiche non procedere ad una riforma agraria in generale ma, solo ad un intervento di espropriazioni sulle grandi proprietà.

La legge stralcio n. 841 proponeva, tramite l'esproprio coatto, la distribuzione delle terre ai braccianti agricoli, rendendoli così, piccoli imprenditori e non più sottomessi al grande latifondista. Se per certi versi la riforma ebbe questo benefico risultato, per altri, ridusse in maniera notevole la dimensione delle aziende agricole, togliendo di fatto ogni possibilità di trasformarle in veicoli imprenditoriali avanzati. Questo elemento negativo venne però attenuato e in alcuni casi eliminato da forme di cooperazione. Sorsero infatti, le cooperative agricole che, programmando le produzioni e centralizzando la vendita dei prodotti, diedero all'agricoltura quel carattere imprenditoriale che era venuto meno con la divisione delle terre. Si ebbe una migliore resa delle colture che da estensive diventarono intensive e quindi un migliore sfruttamento delle superfici utilizzate. Il lavoro agricolo che era stato fino ad allora poco remunerativo anche se molto pesante, cominciò a dare i suoi frutti.

L'area sottoposta alla legge Sila, non comprendeva l'intera Calabria, ma solo un terzo di essa: la parte orientale.
Dei 573.000 ettari dell'area di riforma solo 85.917 vennero alla fine espropriati, contro altri 40.000 almeno da espropriare. L'ente di riforma, inoltre, concentrò la propria politica di irrigazione soprattutto sulle fertili pianure costiere della zona dello Jonio dove tralaltro, era stata minore l'espropriazione di terre, appena il 10%. L'assenza di lavori irrigui fu particolarmente paralizzante nel Marchesato di Crotone, dove la piovosità annuale era così bassa da rendere l'irrigazione una necessità assoluta se si voleva che l'agricoltura contadina avesse successo. Nei primi sette anni, un generoso sistema di credito agevolato funzionò per tutta l'area coinvolta, mettendo a disposizione denaro e strumenti per il lavoro agricolo, spesso non restituiti dato che, il servizio era fondamentalmente considerato una sorta di assistenza gratuita. Il successivo irrigidimento del sistema dei prestiti affossò successivamente gran parte delle proprietà.

In Basilicata, la riforma trovò applicazione, oltre che nel Metapontino, nell' area a Nord, delimitata dai castelli di Melfi e Lagopesole e dalla piana di Lavello, laddove si concentravano le propietà latifondistiche, qui a beneficiarne furono i braccianti e in misura limitata, contadini con adeguata esperienza di gestione dei sia pur piccoli fondi. Nel Metapontino le terre espropriate furono assegnate ad un gruppo di contadini provenienti dall' area di Avigliano.

La legge sulla Riforma Agraria fu elaborata con senno e saggezza:

1) furono individuati i Comuni dei territori da espropiare;

2) fu costituito l' Ente (sede Bari) con funzioni relative all' espropriazione, bonifica, trasformazionne e assegnazione dei terreni;

3) furono stabiliti, nel rispetto anche dei diritti dei vecchi proprietari, piani particolareggiati di espropriazione con le indicazioni delle relative indennità;

4) furono indicate le norme per l'assegnazione dei terreni ai lavoratori manuali della terra e gli obblighi a far parte delle cooperative e consorzi, per garantire l' assistenza tecnica;

5) furono emanate norme per evitare il frazionamento delle unità poderali, assegnate a contadini, diretti coltivatori.

 

 

RIFORMA AGRARIA A MONTESCAGLIOSO

La riforma agraria fu accellerata dopo i fatti del '49 e realizzata.

Furono espropriati 216.800 ettari a 36 proprietari terrieri per lo più non residenti a Montescaglioso, il rapporto tra la superfice espropriata e quella dell'agro di Montescaglioso era di circa 1/10. Il numero delle domande di assegnazione furono 1031, l' 11% della popolazione che al censimento del 1951 era di 9.409 residenti.

Le terre divise in quote e poderi furono divise fra quasi 250 famiglie che ottennero circa 7 ettari per una. In ogni podere fu costruita una casa colonica con una stalla per il bestiame e furono assegnati macchine, strumenti, attrezzi. 

Le contrade maggiormente interessate furono Serramaggiore, Borgo Pianelle e Cannizano, 701 residenti si insediarono su 102 poderi, la forza lovoro era di circa 341 elementi. Furono costruiti 3 edifici scolastici rurali: alle Pianelle, a Serramaggiore e a Cannizano, a metà degli anni '50, le scuole rurali contavano su tre corsi plurimi.

Per ogni podere, veniva impiegato un ettaro per la coltura di vigneti e oliveti, il resto era lasciato a seminativo. il carico di bestiame assegnato fu di: 185 equini, 7 bovini da latte 183 suini e 100 fra ovini e caprini.

L' assistenza sanitaria fu assicurata da un medico che effettuava le visite due volte a settimana e da un' ostetrica che risiedeva sul posto.

I terreni espropriati furono assegnati con contratto di vendita e con pagamento rateale del prezzo in trenta annualità. La qualifica di lavoratore di terra e la capacità professionale erano requisiti fondamentali per ottenere un "podere" o una "quota"; tali requisiti venivano accertati dagli ispettori agrari provinciali.

Per evitare il frazionamento delle unità poderali assegnate, i poderi non potevano essere frazionati per effetto del trasferimento per causa di morte o atto tra vivi, in caso di morte del titolare dell'unità poderale, essa veniva assegnata al coerede designato dal testatore.

La riforma servì a far nascere nel contadino una coscienza di sè, come essere pensante ed agente e, almeno per i primissimi anni, a frenare l' ondata di emigrazione che poi riprese, in modo incessante , fino alla metà degli anni '70.